Piazza Umberto I a Gela

PIAZZA UMBERTO I è la piazza principale della città di Gela.

Fino ai primi degli anni Cinquanta sulla piazza troneggiava un busto marmoreo di Re Umberto I, realizzato con marmo di Carrara dallo scultore palermitano Antonio Ugo.

Fu inaugurato nel 1903 tre anni dopo l’assassinio del monarca e voluto da tutta la città perché rappresentava il sentimento di amor patrio e la dedizione alla casa sabauda dei gelesi. Nel 1952, al posto del busto del re, non si sa per quale recondito motivo, fu impiantata una statua bronzea di una florida donna nuda raffigurante, si disse, Demetra, dea greca delle messi, Cerere per i Romani.

Uno scrittore giornalista americano, Curtis Bill Pepper, scrisse un articolo dal titolo “It happened in Italy” in un giornale americano, in cui si legge che la statua, opera dello scultore bagherese Silvestre Cuffaro di Bagheria, fu commissionata dalla Regione Siciliana e regalata al conterraneo On. Salvatore Aldisio il quale, pensò bene di donarla alla sua città natale, anche se non sapeva di preciso che cosa raffigurasse, facendolo porre al posto del re che troneggiava nella piazza a lui tuttora dedicata.

Nel giorno dell’inaugurazione, alla presenza di autorità civili, militari e religiose e di una strabocchevole folla che riempiva completamente la piazza, la gradinata e il sagrato dell’antistante chiesa Madre, il bronzo arrivò chiuso in un contenitore. Nessuno sapeva bene di che cosa si trattasse, nemmeno lo stesso Aldisio.

Nel momento solenne dello scoprimento, contrariamente a quanto di solito accade, non ci furono né grida di gioia né battute di mani, ma un silenzio tombale che calò tremendo sulla piazza. La folla che assisteva alla cerimonia rimase incredula e ammutolita nel veder comparire in tutte le sue fattezze una statua di una femmina completamente nuda con un drappo che succintamente ne avvolgeva anteriormente il bacino nella parte più intima; a Gela «nulla di simile si era mai visto». Intanto, mentre gli «amanti dell’arte» e i «moralisti scioccati” dibattevano sul togliere o lasciare la donna nuda, alcuni volenterosi cercarono di porre rimedio a tale «vergogna» ricoprendo la statua con della stoffa, ma “il rimedio risultò peggiore del male” in quanto quel  drappo la fece diventare più sexy di quanto non fosse.

Comunque, nonostante la contrarietà del parroco e di molte altre persone, fu deciso lo stesso di lasciare la statua nuda in piazza, anche se temporaneamente nella prima decade di settembre di quell’anno, fu tolta dal suo piedistallo in occasione dei festeggiamenti della Patrona di Gela alla presenza del vescovo della diocesi.

Da diversi decenni si discute se far togliere o meno questa statua bronzea di Demetra (o Cerere) e far ritornare il busto di Umberto I che da tempo si trova dimenticato in un angolino della Villa Comunale, ma più tempo passa e più tali discussioni diventano inutili.

Non si è capito il motivo per il quale la statua presente nella piazza Umberto I raffigura Demetra, infatti la dea nell’iconografia classica è stata sempre rappresentata vestita, con una corona di spighe sul capo, una fiaccola in mano e un canestro ricolmo di frutta nell’altra.

 FONTE: Presidente Archeoclub d’Italia – Sezione di Gela

www.archeoclubgela.it

Chiesetta di San Biagio

La Chiesa San Biagio di Gela si trova all’interno del cimitero monumentale di Gela, nelle immediate vicinanze delle Biblioteca Comunale e contigua  alla chiesetta di S. Nicola da Tolentino.

È una chiesetta rurale, databile forse ad epoca bizantina; particolarmente interessanti risultano il basso abside, la facciata principale con l’ingresso e il rosone e, all’interno l’arco trionfale a sesto acuto.

Fino al 1873 faceva parte dei beni della Commenda del Principe di Capua e fu incamerata, lo stesso anno, dal Demanio dello Stato e successivamente ,nel 1899, acquistata dal Comune di Gela.

Dal 1981 al 1985, ridottasi alle sole mura perimetrali, la Chiesetta ha subito diversi interventi di consolidamento e sistemazione.

Durante la prima  ristrutturazione andò perduta una mattonella rossa caratteristica, posta sopra l’ingresso Sud, con impresso l’anno 1099.

La chiesa fu illustrata e dipinta dallo scomparso pittore, naturalizzato gelese, Palma Pietro; il valore della Chiesetta, così balzò alla cronaca culturale di quel tempo.

Pietro Palma racconta che forse nel 1099 ricorre la vittoria dei cristiani sui musulmani o proprio la data di costruzione, infatti è anche probabile che quando Federico II, tra il 1230 e il 1233 venne a cingere le mura di Gela, la chiesa esistesse già.

Chiusa al culto divenne magazzino, lavanderia dell’attiguo ospizio dei poveri e luogo di traffici notturni nei giorni  dell’invasione anglo-americana.

Oggi la Chiesetta di S. Biagio è adibita a sala per mostre e conferenze.

Fonte: Nuccio Mulè tratto dalla pubblicazione “Conoscere Gela”

Convento Frati Minori Cappuccini di Gela

I Cappuccini entrarono a Gela nel 1574 e abitarono l’antico convento abbandonato dai Frati Minori Conventuali, che risale al 1262.Il convento dopo la soppressione e in occasione del colera del 1867 fu prima trasformato in lazzaretto e poi nel 1870 in ospedale e ricovero per trovatelli.
Il vecchio e antico convento negli anni cinquanta venne completamente demolito e subito dopo per opera di P. Enrico Abramo costruito l’attuale con l’annesso Seminario Serafico che ha ospitato gli alunni della scuola ginnasiale fino al 1970.
Attualmente i frati prestano la loro preziosa opera nella parrocchia, soprattutto con l’accoglienza e la direzione spirituali dei gruppi ecclesiali. Anche la Chiesa risale alla costruzione dell’antico convento.

La storia di questa chiesa inizia nel 1261 ed è dedicata a S. Maria della Porziuncola, come consuetudine dei frati cappuccini; sorgeva ben lontano dalle mura di cinta del paese.

A causa delle frequenti invasioni barbariche che imperversavano in quei tempi, nel 1481 i frati cappuccini decisero di trasferirsi entro le mura del paese occupando una zona vicina alla chiesa di San Francesco dove costruirono un convento accanto alla piccola chiesa che dedicarono a S. Michele Arcangelo.

Nel 1867, dopo la confisca dei beni religiosi da parte dello stato italiano, il convento divenuto proprietà del comune prima fu trasformato in lazzaretto e poi, nel 1870, in ospedale civico e ricovero dei trovatelli dove trovavano sia alloggio che una scuola agraria che li avviava al mondo del lavoro.

Nel 1944 fu rifatta la facciata eliminando il vecchio portale e realizzando la facciata che ancora adesso ammiriamo, la chiesa è stata dotata di un campanile di tipo “Vela”, realizzato sulla parte posteriore della chiesa con un’unica campana decorata con la seguente scritta “1864 Con la elemosina del Popolo opera di Salvatore Di Mauro”

La chiesa non è ben illuminata, perché le vetrate di cui è dotata sono dipinti con figure religiose policromi ma questa luce attenuata porta istintivamente alla meditazione, alla riflessione, alla preghiera intima del fedele. In essa si ammira una bella custodia in legno pregiato, lavorata dai frati Girolamo e Innocenzo da Malta; un dipinto del Paladino raffigurante la B. V. Maria e si conserva una stupenda statua lignea della Madonna delle Grazie a cui si celebra solenne e devota festa il 2 luglio a cui partecipa tutta Gela, chi portando la candelora, chi senza scarpe, chi a piedi nudi, chi spoglia il suo neonato davanti al simulacro.

Negli anni ‘50 il vecchio convento è stato completamente demolito e poi rifatto così come lo vediamo adesso.

 

http://www.gelacittadimare.it/Cappuccini.htm

Museo Archeologico Regionale di Gela

Il Museo Archeologico di Gela è un edificio realizzato negli anni Cinquanta, limitrofo all’area dell’acropoli della città greca.

Il Museo venne riaperto, nel 1984, con un nuovo allestimento dopo la realizzazione di lavori di ampliamento per l’incremento dei materiali da esporre.

Sono presenti reperti ceramici, bronzei e numismatici che illustrano la storia di Gela antica e del territorio ad essa connesso, dall’età preistorica all’età medievale.

L’ordinamento del Museo è di tipo cronologico e si articola in otto grandi sezioni, nelle quali l’esposizione è associata a materiale didattico e didascalico ed espone circa 4200 reperti.

L’esposizione dei reperti archeologici è ripartita in due piani; nel pianoterra, si trovano i reperti d’epoca protostorica venuti alla luce nel territorio urbano di Gela, nonché quelli d’epoca greca dell’Acropoli, della Nave Greca, dell’Emporio di Bosco Littorio e di Caposoprano. Sempre a pianoterra, inoltre, si trova la collezione Navarra, la collezione Nocera ed una numerosa serie di reperti delle necropoli arcaiche del Borgo.

La collezione Navarra è stata acquistata negli anni Cinquanta dal museo e comprende un cospicuo numero di vasi corinzi ed attici a figure nere e a figure rosse, provenienti dagli scavi clandestini delle necropoli, raccolti alla fine dell’Ottocento dal barone Giuseppe Navarra. Tra i vasi attici a figure nere (fine VI, inizi V sec. a.C.) si ritrovano opere attribuite al Pittore di Gela e al Pittore di Eucharides, e molte lekythoi della “classe di Phanillys”. Tra i vasi attici a figure rosse (prima metà del V sec. a.C.) sono esposti quelli del Pittore di Edimburgo, del Pittore di Boreas, del Pittore della Phiale di Boston, del Pittore dei Porci, del Pittore di Berlino e del Pittore di Brygos. Si tratta di opere di grandi decoratori di oggetti in terracotta  giunte a Gela con navi mercantili; il relitto di una di queste imbarcazioni è stato ritrovato di fronte alla costa ed ha consentito di ricavare dati fondamentali per lo studio dell’architettura navale antica e dei traffici commerciali che l’antica colonia intratteneva con le altre città della Grecia.

Nel piano superiore sono esposti i reperti provenienti dai santuari extraurbani e dai centri d’età protostorica, greca e romana dell’entroterra gelese; inoltre, vi sono diverse vetrine contenenti materiali ceramici, vetri e bronzi del periodo medievale della città. Recentemente è stata allestita l’esposizione del monetiere costituito da più di 2000 monete che vanno dal V sec. a.C. a Vittorio Emanuele II; la collezione monetale comprende anche il “Tesoro di Gela”, dove si trovano monete greche d’argento, rinvenute nel 1956, riferite alle zecche di Gela, Agrigento, Siracusa, Zancle (l’odierna Messina), Reggio, Acanto ed Atene.

Si possono ammirare, pertanto, anche gli altari di terracotta ritrovati nel dicembre del 1999 nell’area archeologica di Bosco Littorio e un elmo corinzio del VI-V sec. a.C. ritrovato nei fondali del mare di Gela da due subacquei, i Sigg. Francesco Biundo e il figlio Andrea, e donato dagli stessi al Museo (Fonte: Nuccio Mulè).

È visitabile in ora solare da lunedì a sabato, dalle ore 9,00 alle ore 19,00 con ultimo ingresso alle ore 18,30 ed è chiuso i festivi, tranne la prima domenica di ogni mese, con ingresso libero.

L’ingresso è a pagamento con un biglietto singolo intero di 4,00 € o un biglietto singolo ridotto di 2,00 €.

 

I volontari della LIPU Niscemi in visita al Museo (Foto: Manuel Zafarana)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

http://www.regione.sicilia.it/beniculturali/dirbenicult/database/page_musei/pagina_musei.asp?ID=19&IdSito=19

 

http://www.gelacittadimare.it/museo.html  Fonte: Nuccio Mulè

Il Castello di Butera

Butera sorge a 402 metri sul livello del mare, su uno sperone roccioso dal quale si domina tutto il territorio circostante e il mare di Gela, piccolo centro agricolo di circa seimila anime.

Il Castello di Butera costituiva il nucleo centrale di una roccaforte la cui difesa era affidata, oltre che alla poderosa cinta muraria, alle scoscese pareti della collina e per la sua posizione strategica fu ambita preda di tutti i conquistatori della Sicilia. In origine il castello, era costituito da un sistema di torri collegate tra loro da cortine murarie, dove oggi restano parti inglobate in edifici di epoca successiva. L’ampia corte, racchiusa tra le mura del castello, è attualmente adibita a pubblica piazza. Recenti scavi effettuati hanno consentito l’individuazione di tre ampie cisterne interrate all’interno delle quali sono stati recuperati frammenti ceramici di età medievale. La struttura attualmente esistente è soltanto una delle torri dell’antico complesso. Sul fronte verso la piazza Vittoria è visibile l’unica bifora originaria. Con i restauri degli ultimi anni è stata recuperata interamente la scala esterna d’accesso al secondo livello della torre, sono state consolidate le murature e ricostituiti gli ambienti superstiti nei volumi originari. Sul lato nord della torre, a quota del terzo livello, invece è stato ricostruito il volume mancante con una struttura in ferro e vetro. Il terzo livello è coperto da una splendida volta a crociera terminante con lo stemma gentilizio.

La proprietà attuale è pubblica e ciò che rimane del castello è adibito a spazio espositivo.

Storia

I primi insediamenti umani in questa zona risalgono all’epoca preistorica ma fu solo con l’arrivo degli Arabi, nell’854, che la città assunse un ruolo strategico.

Il Castello nei secoli scorsi è stato obiettivo di conquista da parte degli invasori di Sicilia, originariamente costituito da quattro o cinque torri agli angoli di un’area fortificata. Una roccaforte inespugnabile protagonista della storia. Che fosse inespugnabile lo sperimentò a proprie spese Ruggero il Normanno che dovette assediarlo per 26 anni prima di conquistarlo.

Il castello esisteva già nell’854, quando l’emiro Alaba divenne Signore di Butera e all’ interno della rocca vi era un vasto cortile, con stalle e magazzini ed una cisterna ovale all’esterno.

Di notevole importanza una delle toni, con sale ricche di sculture fra queste un’aquila a due teste, con catena e spada sguainata, stemma dei signori dell’epoca. Dalla rocca inserita tra le antiche costruzioni che chiudono l’attuale Piazza Castello, si affaccia una bifora; sotto un magnifico sedile di pietra. Anche in questo caso non manca la fantasia popolare, secondo cui un lunghissimo percorso sotterraneo collegava il Castello di Butera a quello di Falconara. In comune i due Castelli

hanno un capitolo di storia: entrambi furono concessi da Re Martino I al fedelissimo Ugone Santapau. Il castello di Falconara, quindi, fece parte, per un certo periodo della contea di Butera. Quanto basta perché la fantasia popolare accomunasse il destino dei due castelli uniti da un lungo e sottile sotterraneo invisibile.

Nel 1088 Butera è conquistata dai normanni e il conte Ruggero dispone la deportazione dell’aristocrazia musulmana del luogo in Calabria. Si stima che la fondazione del castello risalga all’inizio del XII secolo. Nel 1161 Guglielmo I riconquista Butera dopo la rivolta di Matteo Bonello e il castello viene parzialmente distrutto. Successivamente il castello fu concesso in feudo dai re di Sicilia solo a fedelissimi, come il conte Enrico Aleramico, cognato del conte Ruggero, Ugo di Santapau, vassallo di re Martino. Nel 1540 Butera passa, per via ereditaria, alla famiglia Branciforti. Dell’antica struttura, restaurata già nel 1897 dal Patricolo ed interessata in seguito da crolli nel 1904 e 1924 e da nuovi lavori di ricostruzione, nel 1935, e restauro a partire dal 1985 ed infine ultimati nel 1997, rimane una torre e delle sale coperte da volte a crociere.

Fonti:

http://www.icastelli.it/it/sicilia/caltanissetta/butera/castello-di-butera

https://www.guidasicilia.it/rubrica/i-castelli-di-butera/1001397

Basilica di San Giovanni Battista a Vittoria

La basilica di San Giovanni Battista è la chiesa madre di Vittoria, ed è ubicata nel centro storico della città, in piazza Vescovo Ferdinando Ricca.

Costruita nel 1695 e consacrata nel 1734, diviene Basilica il 5 Aprile 1750.

Fin dalle origini della città, per volontà della fondatrice Vittoria Colonna, era stata dedicata una chiesa a San Giovanni Battista.

Nella piazza della Trinità è possibile visitare i resti dell’antica chiesa, distrutta a causa del terremoto del 1693.

Le abitazioni non subirono danni, e la popolazione, rimasta quasi del tutto indenne, attribuì l’evento alla protezione di San Giovanni, e si decise di edificargli una chiesa più grande.
Il popolo si dedicò con entusiasmo alla costruzione, partecipando con offerte in denaro, in natura e anche gratuitamente, evitando di chiedere contributi al governo e alle autorità pubbliche, in modo da avere l’orgoglio di aver edificato quel monumento che oggi è testimonianza della fede e della operosità dei Vittoriesi.
La nuova chiesa fu costruita tra il 1695 e il 1706, e sull’arco del portale maggiore venne posto uno stemma a memoria della partecipazione del popolo nella costruzione, in cui si legge: “Mater Ecclesia a populo constructa 1706”.

Fu consacrata il 16 maggio 1734 dal vescovo di Siracusa monsignore Matteo Trigona e il 5 aprile 1750, a petizione dell’arciprete Don Enrico Ricca, veniva aggregata alla Sacrosanta Patriarcale Liberiana di Santa Maria Maggiore di Roma.

La struttura presenta un prospetto composto da tre ordini sovrapposti, animato da lesene che scandiscono e sottolineano gli spazi della piatta massa architettonica.

La facciata del primo ordine, divisa in tre scomparti da quattro lesene tuscaniche poggianti su plinti, si conclude in una trabeazione ornata da triglifi e metope. Il secondo ordine si raccorda al primo attraverso contrafforti curvilinei, dietro i quali insistono due cupoloni sostenuti da tamburi ottagonali, mentre un timpano triangolare delimita e conclude il terzo ordine, diviso dal secondo da una cornice marcapiano sporgente. Una croce in ferro battuto, sostenuta da un fregio, completa il Tempio cristiano.

La chiesa è rialzata da una gradinata semiellittica, larga quanto tutta la facciata, con tre portali sormontati da stemmi, realizzati nel 1732 dallo scultore Benedetto Cultraro. La Basilica ha una pianta a croce latina con tre navate: quella centrale, più larga delle laterali, è attraversata da un transetto di larghezza inferiore, ma molto corto nella sua lunghezza, nel cui incrocio si eleva la cupola leggermente ovalizzata, progettata nel 1854 dall’architetto Giuseppe Di Bartolo Morselli di Gela. Essa poggia su un tamburo traforato da otto finestre, alternate da sedici classiche colonne all’esterno e sedici lesene all’interno, conclusa, a sua volta, da un cupolino, completato da una Pigna che si eleva al cielo.

Nei quattro pennacchi della cupola Giuseppe Mazzone dipinse nel 1873 i quattro Evangelisti.

Due di essi, e precisamente Matteo e Giovanni, poiché si scrostarono dalla parete, furono dipinti su tela nel 1884 da Domenico Provenzani e applicati successivamente alle pareti dei due pennacchi.

L’interno è ricco di marmi, di dorature e di decorazioni a stucco, realizzati nel secondo Ottocento con raffinato gusto eclettico dagli artisti Giuseppe Sesta da Comiso, Carmelo Guglielmino da Catania e Giovanni Tanasi da Palazzolo Acreide.

La prima cappella della navata sinistra è dedicata all’Addolorata, alle cui pareti si conservano centoventuno reliquie inglobate in una sequenza di pilastrini in legno dorato, raccordati da esili archetti in stile barocco. Nel fondale è posta una tela, dipinta nel 1885 da Domenico Provenzani, raffigurante l’Addolorata; segue la cappella di Santa Barbara, in cui è collocata una grande tela dedicata alla Santa e dipinta nel 1759 dal pittore modicano Stefano Ragazzi.

Nell’altare di marmo policromo, riccamente decorato, vi è annessa, in bassorilievo su marmo bianco, una raffinata Natività di Gesù, mentre, in una teca coperta di vetro è collocato Gesù Bambino.

La terza è quella di Santa Rosalia, impreziosita da una statua della Santa chiusa in un nicchia coperta di vetro, indorata nel 1887 da Paolo Cappellani di Palazzolo Acreide; la quarta è dedicata a San Giacomo e Santa Lucia con relative statue, contenente, sulla parete destra un piccolo Mausoleo fiancheggiato da due leoni, dedicato a Iacopo Giudice; nella quinta cappella, dedicata all’Immacolata e arricchita da stupende colonne tortili, si trova una statua del XVIII secolo in marmo di Carrara, da attribuire allo scultore Vito Corolla da Trapani. La Madonna, articolata nello spazio da un particolare dinamismo, è colta in un movimento rotatorio e ascensionale, avvolta dallo svolazzante manto e dalla veste che, morbidamente, sottolinea la sua struttura anatomica, evidenziata significativamente dalle macchie blu e dorate applicate nella materia marmorea, la cui escavazione scultorea è di raffinatissimo livello artistico. Segue il transetto che si conclude a sinistra con l’Altare del Crocifisso, dove è inglobato un Cristo ligneo di buona fattura, accanto al quale, sulla parete si trova la tomba di Monsignore Ferdinando Ricca, Vescovo di Trapani, mentre l’altare finale destro del transetto è dedicato alla Madonna del Carmelo, rappresentata da una elegante e raffinata statua lignea della Vergine, probabilmente realizzata nel Settecento da Carmelo Cultraro, scultore del legno e della pietra, progettista ed esecutore della struttura architettonica della stessa cappella.

Nell’incrocio tra la Navata Maggiore e il Transetto, sollevato da una gradinata delimitata da una balaustra di marmo policromo, vi sono il Presbiterio contenente eleganti stalli in legno, realizzati da Carmelo Poidomani nel 1890, e l’Altare Maggiore, monumentale e scenografico, arricchito da diversi marmi pregiati; al centro e in alto vi è la statua in legno di San Giovanni Battista, coperta da una tela dipinta con la stessa immagine. In basso, sull’altare, un piccolo dipinto raffigurante la Madonna col Bambino “Santa Maria Maggiore”, di autore ignoto. Il pavimento, intarsiato da marmi policromi, presenta un vaso con viti e grappoli d’uva appassiti, mentre un altro è colmo di viti con rigogliosi grappoli (1801), per ricordare il morbo nero del 1798 e la ripresa della coltivazione dei vigneti a Dirillo.

Nel soffitto sinistro del transetto vi è affrescato il Non Licet, realizzato dal pittore Emanuele Catanese nel 1861, mentre in quello destro è raffigurata l’Ultima Cena, dipinta dal Mazzone nel 1860, e, infine, nella volta dell’Altare Maggiore vi è la Decollazione del Battista, opera pittorica eseguita nel 1859 dal sacerdote Gaetano Di Stefano da Chiaramonte Gulfi.

Alla sinistra dell’Altare Maggiore insiste la Cappella del SS. Crocifisso, all’interno della quale esistevano due interessantissime tele pittoriche: a sinistra l’Immacolata di Giuseppe Mazzone, realizzata nel 1869 (oggi al Museo d’Arte Sacra Mons. Federico La China, via Cavour 51): è una tela risolta nell’equilibrio delle forme e dello spazio, in cui la Madonna, consapevole del disegno divino, vive assieme alle altre piccole creature nella grazia di Dio e, dal punto di vista pittorico, nell’eleganza compositiva e nel sapiente rapporto luce-spazio-colore; a destra il Compianto del Cristo morto (oggi al Museo d’Arte Sacra): è un’opera del Settecento da attribuire al pittore Antonio Mercurio che, con grande creatività, dipinge e replica in maniera speculare, un quadro del Van Dyck della stessa tematica.

Nella parete di fondo vi è la tela della Deposizione del Cristo morto del 1725, di Antonio Scalogna, il quale richiama e replica, in maniera speculare, con grande maestria cromatica e luministica, la Deposizione, realizzata nel 1541-45 dal pittore Daniele da Volterra e collocata nella chiesa di Santa Trinità dei Monti a Roma.

Dei sei medaglioni che arricchivano la volta, delimitati da stucchi e affrescati nel Settecento da artisti della bottega di Vito D’Anna, ne rimane soltanto uno: l’affresco dell’Ascensione.

Nella cappella destra dell’Altare Maggiore, dedicata al Sacro Cuore di Gesù, vi è un altare con la relativa statua eseguita nel 1878, in maniera ottimale, da Vincenzo Genovese, mentre sulla parete laterale sinistra vi è il dipinto della Decollazione del Battista, da attribuire a Mariano Gusmano di Licodia Eubea.

Sotto il quadro vi è una lastra marmorea impreziosita da una decorazione in legno e argento, disegnata dall’architetto Giuseppe Areddia e realizzata dal marmista Vaccaro di Comiso; essa nasconde e contiene parte delle spoglie della fondatrice Vittoria Colonna trasportate, nel 1990, nella nostra Basilica dalla chiesa di San Francesco di Medina de Rioseco, città spagnola.

Sulla parete destra vi era posta la tela del Transito di Maria del 1874 (oggi al Museo d’Arte Sacra), del pittore Giuseppe Mazzone, opera di particolare impostazione spaziale e di alta sapienza cromatica. Continuando sulla navata destra, dopo l’altare della Madonna del Carmelo, s’incontra il monumento funebre di Salvatore Ricca, barone di Villa Marina e Marchese di Tettamanzi, scolpito nel 1810 da Federico Siracusa di Trapani; quindi segue la cappella del Cristo alla colonna con relativa scultura di discreta fattura. Nella cappella successiva della Sacra Famiglia vi è un bassorilievo in marmo della stessa tematica, realizzato nel 1898 dal vittoriese Salvatore Sciacco, mentre, adiacente all’altare, si trova il monumento funerario dedicato a Francesco Leni, barone di Spatafora.

Viene quindi la cappella della Madonna della Mercede, eseguita dall’artista ragusano Filippo De Natale, contenente una tela di autore ignoto; nella penultima cappella dedicata alla Madonna del Rosario vi è un quadro, dipinto nel 1900 dal comisano Giuseppe La Leta, raffigurante la Madonna di Pompei con Gesù Bambino, San Domenico e Santa Caterina. Conclude la navata destra la cappella del Fonte Battesimale, in cui è collocata una grande tela rappresentante il Battesimo di Cristo, realizzata nel Seicento da Mariano Gusmano.

Infine la parete interna della Basilica, adiacente al portale d’ingresso della navata centrale, contiene delle iscrizioni relative alla storia della chiesa, come la sua consacrazione e la sua elevazione a Basilica.

Statue in stucco, arricchiscono la parte alta parietale, mentre in basso sono collocati due mausolei in marmo, di cui uno contiene le spoglie di Mario Pancari Leni, scolpito nel 1875 da Benedetto Delisi, l’altro, le spoglie di Federico Ricca, scolpito da Benedetto Civiletti nel 1877.

Si possono ancora ammirare, all’interno della navata centrale, un pregevole organo elaborato nel 1748 dal sacerdote Donato Del Piano e un pulpito in legno del maestro Carmelo D’Asta.

Altre tele pittoriche collocate in sacrestia e nella biblioteca, tra cui la grande tela della Passione detta “Taledda”, realizzata dal pittore Giuseppe Mazzone, completano la Chiesa Madre di Vittoria.

 

Giuseppe Carrubba

 

Fonti:
Città di Vittoria (http://www.comunevittoria.gov.it)

Virtual Sicily (http://www.virtualsicily.it)

Cattedrale di San Giuliano

La Cattedrale di San Giuliano è la chiesa principale di Caltagirone e sede della Diocesi, che sovrasta con il suo alto campanile nella Piazza Umberto I, proprio nel cuore della città.

Le sue prime documentazioni risalgono al periodo in cui la Sicilia venne dominata dai Normanni (1061-1194), con l’arrivo del conte Ruggero.

La chiesa fu edificata per San Giuliano, un vescovo di famiglia nobile, che esercitò l’apostolato nel I secolo d.C. nella Gallia Cisalpina, ove successivamente ebbe sepoltura alla sua morte.

Il 12 settembre 1816 papa Pio VII con la bolla Romanus Pontifex elevò Caltagirone, collocata sotto la giurisdizione dell’Arcivescovo di Monreale, a sede vescovile e la chiesa di San Giuliano, già parrocchia, ne divenne cattedrale.

Dal 1844 Caltagirone sarà suffraganea della diocesi di Siracusa e in seguito di Catania.

In origine, sorgeva fuori le mura della città con l’abside rivolto ad oriente.

Documento certo della sua erezione era l’iscrizione posta un tempo sul portale dove insieme al nome dell’autore veniva indicata anche la data della costruzione: Magister Gofredus, 1282.

Già agli inizi del 1300, la chiesa di San Giuliano era tra le più ricche della città e già dal 1400 era fregiata dell’onore canonicale. Venne più volte ricostruita, spostandone anche il prospetto ad oriente a causa dei violenti terremoti avvenuti nel 1542 e nel 1693.

Con il primo sisma del 1542 subì il crollo del campanile e danneggiamenti vari, riparati già nel 1575.

Il senato civico nel 1582, reputando sia il sito che le strutture non più idonee allo sviluppo urbanistico della città conferì incarico di progettazione della nuova chiesa agli architetti Francesco Zagarella e Frà Giacomo Firini.

La nuova opera era già iniziata con valide maestranze e scultori come Giandomenico e Francesco Gagini allorquando, nel 1627, il Senato, non soddisfatto dell’opera in corso, demandò all’architetto messinese Simone Gullì il proseguo delle opere.

Nel 1693 il violento terremoto che devastò la Sicilia centro-orientale danneggiò notevolmente parte delle strutture già realizzate (campanile, cupola e volte) e fu chiamato ad intervenire l’architetto Simone Mancuso, detto per la sua maestria “Lo Mastro”.

L’opera venne ultimata all’interno tra il 1725 e il 1740, mentre il prospetto su due ordini e la loggia campanaria nel 1756. Alcuni resti della vecchia chiesa sono conservati presso il Museo Regionale della Ceramica di Caltagirone.

Nel 1816 Caltagirone fu eretta diocesi e la chiesa di S. Giuliano fu designata a diventarne la naturale cattedrale.

Ciò comportò, per volere del suo primo vescovo monsignore Gaetano Trigona, una radicale trasformazione del suo interno che ubbidendo a stilemi dell’epoca (neoclassico) si arricchì di stucchi, affreschi sull’intradosso delle volte (navata centrale e transetto) e quadri ad olio.

Nel 1838, poiché pericolante, fu demolita parzialmente la facciata che pur impegnando vari artisti come G. B. Filippo Basile, G. Di Bartolo e Gesualdo Montemagno, fu realizzata nel 1909 dall’architetto Saverio Fragapane.

La chiesa è stata interessata negli ultimi anni da restauro conservativo ultimato solo nell’aprile dell’anno 2004. L’alto campanile che svetta a fianco della chiesa è del 1954, opera dell’architetto Ugo Tarchi.

Il prospetto principale, è dominato dalla splendida e imponente cupola rivestita recentemente di ceramica locale e dalla torre campanaria che raggiunge i 48 metri di altezza.

A pianta basilicale, l’interno è a tre navate divise da dieci pilastri, collegati tra loro da arcate a tutto sesto, si presenta all’interno luminosa e riccamente decorata con stucchi bianchi su riquadri gialli e arancio. All’incrocio tra le navate ed il transetto alta cupola ornata da stucchi.

Terminali dei bracci del transetto altare del Crocifisso del secolo XVI e nel transetto di fronte l’altare della Madonna della Mercede. Lungo le navate laterali in stile neoclassico altari sormontati da tele.

All’ingresso della chiesa su gradinata delimitata da cancellata in ferro, è collocato il fonte battesimale in marmo bianco statuario. In fondo alla navata centrale un altare neoclassico incorniciato da lesene. Su alto basamento marmoreo la cattedra marmorea, mentre, anteposto agli stalli lignei laterali, punto focale dell’area celebrativa, altare in marmo di recente fattura, lateralmente in legno e marmo, il luogo della parola. Dal transetto si accede all’Aula capitolare, unica parte della chiesa risparmiata dal terremoto del 1693, con all’interno altare marmoreo sormontato da Crocifisso ligneo e coro ligneo.

L’interno della chiesa è a tre navate. La volta è arricchita da una serie di affreschi, opera del pittore Giuseppe Vaccaro e datate 1862, che sviluppano il tema del passaggio dall’antico veterotestamentario al nuovo culto istituito da Cristo e affidato alla Chiesa.

A partire dall’ingresso si succedono il sacrificio di Abele, di Noè, l’incontro di Abramo con la prefigurazione di Cristo, Melchisedech, il castigo di Datan e Core che contestavano l’autorità di Mosè ed Aronne e il trasporto dell’Arca nel tempio di Gerusalemme; il racconto si interrompe con l’arco trionfale, su cui è un pregevole stucco con la rappresentazione allegorica della religione cristiana coronata dal triregno e con in mano l’ostensorio eucaristico e la croce e la scritta in latino: “Et antiquumdocumentum novo cedatritui“; nel transetto altre due scene: la distruzione del tempio di Gerusalemme, vera fine del culto antico e la consegna delle chiavi a Pietro, chiamato a continuare la missione di Cristo; nella volta del presbiterio il momento fondante del nuovo culto, l’istituzione dell’Eucaristia con una raffigurazione che si ispira all’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. Nella chiesa che si riunisce attorno al Vescovo continua il culto istituito da Cristo. Tra gli altari laterali, particolarmente caro alla pietà popolare è quello che conserva la statua lignea del Cristo morto che, assieme alla statua dell’Addolorata, il Venerdì Santo è portato solennemente in processione con fervore e religioso silenzio per le vie della città.

Opere d’arte:

XVI sec. – Il Crocifisso in legno nero, opera attribuita all’artista messinese Giovannello de’ Matinati;

XVI sec.- La Madonna della Mercede, opera marmorea di scuola gaginesca;

XVII sec. – L’Urna con Simulacro della Beata Lucia da Caltagirone, conserva le reliquie della Beata;

1850 – Il Cristo Morto – Scultura lignea, ricavata da un tronco intero di cipresso, venne scolpita, in grandezza naturale, da Giuseppe Vaccaro. Viene posta nella splendida “Urna”, per la devota processione del Venerdì Santo, seguita dalla Madonna Addolorata;

1851 – L’Urna del Cristo morto – Su disegno dell’architetto Don Salvatore Marino, venne intagliata in legno salice dallo scultore Giuseppe Polizzi nel 1853. All’interno è rivestita in oro zecchino e vi sono collocati sei guanciali anch’essi scolpiti in legno. dove viene appoggiata la statua del “Cristo morto” di cui sopra. L’urna è chiusa da otto vetri ed è interamente scolpita nei quattro angoli e nelle fasce che contornano i vetri. È sormontata da una corona regale anch’essa in legno scolpito;

1856 – Il Simulacro dell’Addolorata – Scultura di Vincenzo Nigido, ricoperta di velluto nero, ornata da uno stellario d’oro sul capo e una spada trafitta al cuore;

1850 – Il Cristo risorto, tela di Giuseppe Vaccaro, posta al centro del presbiterio;

1855 – Il Patrocinio di San Giacomo, tela di Giuseppe e Francesco Vaccaro;

XIX sec. – Il Presepe in terracotta di Giuseppe Vaccaro;

XIX sec. – La volta, ornata da cinque riquadri ad olio, realizzati da Giuseppe Vaccaro;

1950 – La Madonna in bronzo realizzata da Ugo Tarchi, posta dentro l’apposita nicchia del campanile;

1960 – La Via Crucis, in ceramica monocroma dello scultore ceramista calatino Gaetano Angelico.

Giuseppe Carrubba

Fonti:

Diocesi di Caltagirone (http://www.diocesidicaltagirone.it/)

SIUSA (http://siusa.archivi.beniculturali.it/)

Sicilia in festa (http://www.siciliainfesta.com)

BeWeb (http://www.beweb.chiesacattolica.it/)

Villa Comunale Vittorio Emanuele di Caltagirone

Il Giardino Pubblico Vittorio Emanuele è il principale spazio verde di Caltagirone, riconosciuto tra i più belli ed estesi d’Italia.

Si trova alle spalle del Museo della Ceramica, e vi si può accedere mediante due rampe di scale da via Roma e si arriva all’ingresso principale a fianco del Teatro Politeama oppure dal viale Principessa Maria Josè.

Fu verso la metà dell’ottocento che in una collina incolta nei pressi del centro di Caltagirone ebbero inizio i lavori per la costruzione della Villa Comunale.

Nel 1850 il Decurionato di Caltagirone si rivolgeva all’Intendente di Catania per ottenere l’autorizzazione a portare avanti e completare i lavori di realizzazione della Villa pubblica Real Principessa Maria Pia, iniziati nel 1846.

Il progetto venne affidato nel 1851 all’architetto Giovanni Battista Filippo Basile  che divise la composizione formale del giardino in Floretta, Parterre e Giardino inglese. Con qualche sostanziale modifica negli anni ’80 del XIX secolo, verranno realizzati il piano delle giardiniere e la serra, mentre la parte più alta della villa, verrà trasformata in un passaggio di carrozze: il Trottoir.

Nel 1915 Ernesto Basile, figlio di Giovanni Battista, progetterà l’accesso alla villa e all’edificio scolastico. Su suo suggerimento, probabilmente, fu costruita la grandiosa balaustra in terracotta in stile floreale.

A rendere esecutivi ed attuare il piano generale disegnato dal Basile provvidero gli architetti calatini Salvatore Marino, Michele Fragapane e l’ingegnere civile Gaetano Aurichiella.

Questi realizzarono anche l’ingresso principale con i due piloni sormontati da leoni accovacciati.
Lo stesso ingresso, sito lateralmente alla chiesa di San Francesco di Paola, fu sostituito successivamente da un altro disegnato dall’architetto Saverio Fragapane, in stile liberty.

Dello stesso Fragapane è la cancellata che fa da recinto alla base del Teatrino del Bonaiuto.

Alla fine dell’Ottocento venne eseguita la grande zoccolatura in bugne di pietra della Marfisa addossata al Giardino Pubblico, lungo tutta la Via Roma.

L’ingegnere civile Gaetano Aurichiella, molto incline a trarre ispirazione dagli stili medievali, aveva progettato e realizzato, nel 1853, un grandioso palco musicale, in legno, trasportabile ed in stile goticheggiante, con colonnine tortili, statue allegoriche, scudi e festoni.

Risultato troppo ingombrante nel 1859, venne ridotto nelle dimensioni dall’architetto Giambattista Nicastro che ne trasformò anche lo stile da gotico in linee rinascimentali.
Nei primi anni ’50 del Novecento fu ricostruito in cemento armato ed in stile moresco su progetto del geometra Salvatore Montalto, fu quindi decorato con piastrelle e motivi decorativi a rilievo di ceramica calatina, disegnati e realizzati da Antonino Ragona.

Per la sua posizione collinare e la ricchezza della vegetazione, il Giardino Pubblico, esteso per circa 10 ettari, costituisce un’isola verde di particolare bellezza e vastità, con i caratteristici villi dei lecci e delle sophore, dei tigli, dei pini e dei cipressi che lo intersecano e ne delimitano le scarpate nelle quali si possono ammirare le essenze di viburno, lentisco, bosso, ligustro, pitosforo, lantana, acacia, alberi di Giuda, frassino, olmo e casuarina.

Tanto la zona della flora a sud, che l’altopiano a nord del Giardino, sono ricchi di geometrie e simmetrie con una forte presenza di fiori in ogni stagione, dove non è raro incontrare esemplari di Phoenix canariensis, Cycas revoluta, Washington filifera, Yucca gloriosa e molti altri.

Molte infine sono le specie di uccelli grandi e piccoli che nidificano indisturbati tra i rami; oltre ai passeri, le gazze e i colombacci, si possono citare l’allocco, il merlo, il rampichino, il cardellino, la capinera, l’usignolo e la cinciallegra.

Sono diverse le opere d’arte presenti all’interno:

XVI sec.- La Fontana realizzata dal fiorentino Camillo Camilliani, ubicata nella zona sud;

XIX sec- Le quattro stagioni. Quattro figure femminili in terracotta, riprodotte dal ceramista Pino Romano sul modello originario di Giacomo Bongiovanni, poste all’ingresso;

XIX sec.- I Vasi in terracotta istoriati, con scene di vita quotidiana, collocati nei viali, anch’essi riprodotti dagli artigiani ceramisti sul modello originario di Giacomo Bongiovanni. Le opere originarie delle “quattro stagioni” e dei “vasi” sono conservate all’interno di Villa Patti;

XIX-XX sec.- La Balconata in terracotta di stile liberty floreale della fabbrica Enrico Vella, delimita il punto più panoramico dell’altopiano prospiciente il piazzale principale della Villa;

XIX sec.- La Fiorera in terracotta, realizzata da Gioacchino Alì, è posta nella zona sud della Villa Comunale.

Giuseppe Carrubba

Fonti:
Assessorato al Turismo Caltagirone (comune.caltagirone.ct.it)

Scala di Santa Maria del Monte di Caltagirone

La Scala di Santa Maria del Monte, detta anche Scala di San Giacomo, si eleva fra due fitte schiere di case con una continuità di ben 142 gradini che le consentono di superare un dislivello di circa 45 metri.

Ha una larghezza media di 8,40 metri e sviluppa una lunghezza di circa 130 metri.

Vecchia di quasi quattro secoli, rivoluzionario ed affascinante intervento di macrourbanistica, la Scala è anche ordinato museo e splendido testo di storia dell’arte da percorrere con sguardo attento e lento pede.

La Scala nacque con il bisogno di collegare la città vecchia con quella nuova. Il vecchio sogno di “una strata” si realizzava nel 1606, sotto le direttive di Giandomenico Gagini.

La nuova arteria fu sistemata a gradinate intercalate da piazzette con la sovraintendenza del capomastro del regno Giuseppe Giacalone, appositamente giunto da Palermo per ordine del viceré Duca di Feria.

La “strata nova”, in diverse rampe per complessivi 150 gradini, richiese oltre dieci anni di continuo lavoro e costò più di 20 mila scudi all’erario comunale.

Era “…larga 4 canne con i gradini fatti di pietra arenaria forte con listello, distanti fra loro 10 palmi, e le pedate di essi in mattoni sistemati a coltello entro catene pure di pietra forte…”

Nel 1844 le varie rampe furono unificate su progetto dell’architetto Salvatore Marino e si ottenne così una grandiosa scala rettilinea, meno inclinata della precedente, con i gradini diminuiti nel numero ma più ravvicinati per la notevole riduzione delle originarie pedate.

Nel 1956 in ogni alzata fu collocato un rivestimento in maiolica policroma riproducente motivi usati dai maiolicari siciliani dal X al XX secolo, raccolti ed adattati per la particolare destinazione dal professore Antonino Ragona.

L’avvicendarsi cronologico ed in senso ascensionale dei motivi decorativi, dopo il prologo-invito affidato ai primi due scalini, fa idealmente scomporre la scalinata in dieci settori, uno per ogni secolo a partire dal X, ciascuno costituito da quattordici gradini, che in un’alternanza di elementi geometrici, figurativi e floreali, rappresentano in successione esempi di stile arabo, normanno, svevo, angioino-aragonese, chiaramontano, spagnolo, rinascimentale, barocco, settecentesco, ottocentesco e contemporaneo.

Da diversi anni, a maggio, la Scala offre un particolare spettacolo dedicato alla devozione della Vergine Maria con un’imponente “Infiorata”.

Migliaia di vasi con piante e fiori dalle diverse sfumature di colore, formano un unico grandioso disegno in onore della Madonna di Conadomini, titolare della seicentesca chiesa posta in cima alla Scala, la cui festa, ricca di folklore con il tradizionale corteo denominato ‘A Rusedda (pianta selvatica del vicino Bosco Santo Pietro, un tempo raccolta dai contadini e portata indono alla Madonna e utilizzata dai ceramisti per alimentare le loro fornaci, in cambio di un’offerta alla Chiesa) si conclude il 31 Maggio.

Nel corso della festa patronale, il 24 e 25 luglio e il 14 e 15 agosto di ogni anno, in occasione della Festa di Maria SS.ma del Ponte, ma anche per straordinari avvenimenti civili e religiosi, la scala viene artisticamente “illuminata”.

Inizialmente il progetto era di creare un tappeto di luci uniformi, ma si ebbe l’idea di realizzare un’illuminazione artistica, sviluppata da Padre Benedetto Papale che propose l’illuminazione a coppi, così come possiamo ammirarla oggi.

La tecnica ispiratrice, venne forse trovata nel ricamo a filet con il quale le devote donne e le suore ornavano i paramenti e gli arredi sacri.

Circa quattromila tremolanti luci colorate brillano lungo la maestosa gradinata da sembrare un grande fiume di fuoco che scorre dall’alto verso il basso.

Conosciuta in tutto il mondo, la Scala ha anche ricevuto diversi riconoscimenti.

Nell’agosto 2004, una classifica stilata da 100 critici d’arte ed esperti dell’Unione Europea colloca la Scala al secondo posto in Italia e all’ottavo in Europa fra le scalinate più apprezzate; nel settembre 2004 l’illuminazione monumentale permanente realizzata dall’Amministrazione si colloca al secondo posto al concorso internazionale “City People Light Awards 2004”; nel 2005 e 2006, è stata scelta per rappresentare la Sicilia nella campagna promozionale dell’Isola nel mondo.

Giuseppe Carrubba

Fonti:

Assessorato al Turismo Caltagirone (comune.caltagirone.ct.it)

Il Palazzo di Città di Niscemi

Il palazzo di città (Municipio) venne costruito in stile neoclassico tra il 1870 ed il 1882, con progetto dell’architetto Rosario Crescimone, dai fratelli Saverio e Giuseppe Barbagallo, nello stesso luogo della vecchia struttura.

È un elegante esempio di tradizionale forma cubica tipica dell’architettura civile fiorentina del Rinascimento classico.

Fino al 1870, i locali del Comune erano composti da un piano terra parzialmente costruito di quattro vani, di cui due adibiti a biliardo, mentre al piano superiore vi erano gli uffici della cancelleria e del corpo di guardia.

Negli ultimi cento anni, per le mutate esigenze cittadine, ha ricevuto diversi interventi di ampliamento e ristrutturazione.

Venne ampliato tra 1929 e il 1931, ad opera di Angelo e Carmelo La Rosa, e del pittore decorativo Carmelo Malannino, tra il 1940 e il 1941, con l’intervento degli operai Francesco Barbagallo e i fratelli Iudica, un’altra volta nel 1975, ed infine ristrutturato nel 1981.

L’impianto, ad un solo piano, si presenta come un blocco compatto, ben definito dalle colonne angolari esterne, equilibrato e composto nelle proporzioni, sobrio nelle decorazioni, con un elegante portico a tre archi a pieno centro.

La superficie della facciata risulta sapientemente divisa da due ordini di colonne sovrapposti, ionico e corinzio, scandita secondo un partito di composta euritmia, con corpi leggermente aggettanti agli angoli e al centro del fabbricato, che rendono movimentate le pareti.

Inoltre, la facciata è resa monumentale dall’elegante portico costruito a tre arcate a pieno centro che poggiano su pilastri fiancheggiati da due colonne ioniche sui cui capitelli si estende la trabeazione che regge col suo coronamento il pavimento di una lunga balconata.

Tutto il complesso poggia su una zoccolatura che riprende la modanatura della base delle colonne.

Al primo piano si aprono tre balconi, in corrispondenza delle arcate del piano terra, incorniciati da eleganti stipiti, gli architravi sono sormontati da pannelli rettangolari con motivi decorativi a rilievo, con coronamento a cornice triangolare per due balconi laterali e con un’aquila rampante a tutto rilievo in quello centrale.

I balconi sono fiancheggiati da due colonne in approssimativo stile corinzio che scandiscono molto bene la continuità della superficie.

Il complesso presenta un raffinato effetto cromatico per il susseguirsi degli elementi architettonici in contrasto con la parete di fondo.

Tutte le decorazioni del prospetto sono state realizzate in pietra locale di Pilacane, finemente lavorata da scalpellini locali, mentre la superficie di fondo è elegantemente scandita da un bugnato geometrico, nitidamente inciso sul muro.

Giuseppe Carrubba

Fonti:

A.Marsiano in Geografia Antropica – Tipografia Lussografica

Pro Loco Niscemi (proloconiscemi.altervista.org)